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Presentazione della band

Quando chiudono gli occhi e immaginano la vita ideale, i membri dei Geese vedono… niente di particolare. Emily Green si presenta chiaramente: «Suono in una band che si chiama Geese». Anche Cameron, Max e Dominic compaiono nelle risposte, raccontando con tono sincero e disinvolto il loro percorso e il loro rapporto con la musica. La conversazione restituisce l’immagine di un gruppo che lavora da anni soprattutto per il piacere e l’urgenza creativa, più che per la fama in sé.

I Geese emergono nella chiacchierata come una band che ha passato molto tempo a registrare e sperimentare per sé, senza l’obiettivo primario di diventare «grandi» ma piuttosto di essere importanti e influenti, di curare la musica sopra ogni altra cosa.

Il processo creativo: ascoltarsi e visualizzare

I membri della band spiegano come il processo di registrazione sia iniziato molto tempo prima del successo: circa dieci anni di lavoro personale in cui hanno registrato per se stessi. Il valore principale, ripetono, è la musica; il resto è secondario e sorge solo perché la musica è stata trattata con sincerità e dedizione.

Un elemento ricorrente nel loro approccio è la visualizzazione: creare immagini mentali del luogo o dell’atmosfera di una canzone aiuta a dare direzione all’esecuzione. Emily racconta che i migliori take del loro ultimo disco sono arrivati proprio quando riusciva a immaginare una sorta di rappresentazione visiva del brano nella sua testa. Per esempio, per «Bow Down» si è immaginata il pezzo eseguito male in un bar di bassa lega, davanti a un pubblico indifferente: quell’idea ha informato la resa sonora della traccia.

Un altro principio che emerge è l’autenticità nel proprio lavoro: «Non voglio più fare nulla in cui non mi ascolto», dicono. L’onestà creativa è considerata faticosa ma preferibile al rimpianto.

Abitudini, riferimenti musicali e routine personali

Tra le confessioni personali emergono gusti e routine quotidiane: c’è chi è fan delle prime produzioni di Demi Lovato, chi si considera piuttosto «gerontofilo» quando sta a casa, limitandosi a pochi posti di fiducia, e chi ama perdersi tra dischi di blues. Alcuni membri citano nomi come Junior Kimbrough e John Lee Hooker, sottolineando che meritano più riconoscimento.

Nel quotidiano musicale si alternano playlist personali — una raccolta completa di tutte le canzoni e tracce non ufficiali di Blade, ascoltate e imparate a memoria — e live di jazz come quelli di Miles Davis, preferiti alle registrazioni in studio per la freschezza dell’improvvisazione. Per uno dei membri il jazz dal vivo è una lezione costante sulla natura sempre nuova della musica.

Quanto alle abitudini pratiche, c’è chi affronta lunghi spostamenti fino alla sala prove (un pendolarismo di circa 55 minuti da Manhattan) e chi, tornando a casa, si dedica a visualizzazioni mentali per migliorare le proprie esecuzioni.

L’influenza di New York sulla loro formazione

Crescere a New York ha lasciato un’impronta evidente: l’esposizione precoce alla diversità, alle contraddizioni e agli estremi della città ha insegnato ad accogliere il mondo con apertura e a mostrare amore piuttosto che odio. Camminare per la metropoli significa spesso imbattersi nello spettacolare e nel triste, tutto nello stesso istante, e questo «gettare nel profondo» aiuta a trovare la propria strada.

Il contesto urbano offre anche la possibilità di ritagliarsi uno spazio personale e creativo: incontrare persone diverse influenza ciascun musicista in modo unico e determina desideri diversi riguardo allo strumento e al ruolo nella band.

Energia dal vivo: tensione, release e dinamiche di palco

Sul palco la band cerca una tensione controllata che porti a una liberazione sonora: costruire attesa e poi far esplodere tutto è una dimensione che amano. Un passaggio di basso in «Getting Killed» viene citato come uno dei migliori mai scritti dal bassista, proprio per la transizione melodica che crea insieme a Emily.

I concerti funzionano al meglio quando non si pensa troppo: la preparazione è tutta precedente alla performance e durante il live l’obiettivo è restare presenti, evitando di farsi distrarre da pensieri esterni. C’è anche autocritica rispetto a momenti in cui si è suonato troppo, imparando a trovare il giusto equilibrio tra precisione e azione impulsiva.

Per i membri più ritmici la possibilità di essere «maximalisti» alla batteria è una fortuna: influenze come Keith Moon emergono nell’idea della batteria come strumento solista, quasi leader, capace di guidare e ispirare la dinamica del brano. La complicità tra chi suona la batteria e chi suona il resto è fondamentale: conoscendo le tendenze reciproche, sanno anticiparsi e giocare insieme, creando una musica più fluida.

I live più piccoli hanno un valore particolare: nei club più intimi è possibile leggere le reazioni del pubblico — vedere chi ama o meno le canzoni — e questo alimenta una connessione reale che nei grandi stadi si perde, dove la folla diventa una massa indistinta.

Il rapporto interno alla band

I Geese descrivono la loro amicizia usando immagini giocose: parlano di una «ricchezza di amicizia», di un legame stabile e quasi goloso, esprimendo una voglia di coltivare relazioni sincere. Non c’è la volontà di uniformare le personalità: ognuno mantiene la propria individualità, senza timore di emergere e battere il proprio ritmo.

Quando viene chiesto cosa amano degli altri membri, emergono apprezzamenti concreti e affettuosi: la fiducia a volte fuori misura di Dominic, la gentilezza che lo caratterizza, la passione che distingue Max, il senso dell’umorismo di Cameron, e la profondità e l’interiorità di Emily. Questi aspetti personali costruiscono un equilibrio interno che li rende complementari.

Sogni, desideri e prospettive future

Chiudendo l’intervista si passa a domande più intime sul futuro: per alcuni il sogno è una vita tranquilla, una famiglia, magari una casa nel Pacific Northwest, diventare un «nonno con il portico» che dice «levatevi dal prato»; per altri non ci sono grandi piani se non quello di sperimentare il più possibile e vivere intensamente. L’idea comune è comunque di progredire mantenendo l’onestà interiore e la curiosità verso nuove esperienze.

La chiacchierata si conclude in tono colloquiale, tra ringraziamenti e un ultimo saluto: la sensazione che rimane è quella di una band che, oltre al successo, coltiva desideri semplici e rapporti autentici, con la musica sempre al centro.