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“Labirinto” – Luchè – testo

di D. Petrella – L. Imprudente
D. Petrella – S. Tognini – R. Castagnola
Ed. Universal Music Publishing Ricordi/Garage Days/
Diana/BFM Publishing/Rosario Castagnola Music

Io non so come ci si lega ma so bene quanto vale un contratto
Nulla è per sempre nel rimorso l’odio annega potevamo rimanere in contatto
E invece niente siamo polvere sui mobili dentro una casa vuota
L’orgoglio è un brutto vizio ed io il bambino che ci gioca
Mai stato troppo in alto mai caduto nella droga
La notte è nera asfalto aspetto l’alba che mi trova
Un po’ di luce
Adesso che non riesco più ad immaginarti
E non ho voce
Nemmeno per gridare che lo so che parti
Solo per stare lontano via da me
Stai meglio lontano via da me
Non abbiamo più scuse
Quanto ci vuole per dimenticarsi
E quello che so di te
È che sei bella come una bugia
Detta per non piangere
Non piangere
Non dormirò più tra le braccia tue
In questo labirinto siamo in due
E quello che so di te
Nasconde un po’ di me
Anche se poi te ne vai
Non ti scordare di me
Di me
Di Noi
Di Noi
Anche se poi te ne vai
Non ti scordare di me
Di me
Di Noi
Di Noi
Non conta l’ego contano i concetti
Nessuno l’ha capito competiamo con noi stessi
Forse più salgo in alto più non vedo i miei difetti
Quando non so chi sono
Me lo urlano ai concerti
Di crisi già ne ho avute
L’inverno con le tute
Le corse e le cadute
Scontrarsi a mani nude
Mentre gli altri giocano
Io mi distinguo tra pochi che osano
E troverò
Un po’ di luce
Adesso che non riesco più ad immaginarti
E non ho voce
Nemmeno per gridare che lo so che parti
Solo per stare lontano via da me
Stai meglio lontano via da me
Non abbiamo più scuse
Quanto ci vuole per dimenticarsi
E quello che so di te
È che sei bella come una bugia
Detta per non piangere
Non piangere
Non dormirò più tra le braccia tue
In questo labirinto siamo in due
E quello che so di te
Nasconde un po’ di me
Anche se poi te ne vai
Non ti scordare di me
Di me
Di Noi
Di Noi
Anche se poi te ne vai
Non ti scordare di me
Di me
Di Noi
Di Noi
Le chiavi dell’uscita
Le ho messe nelle mani tue
Ma in questo labirinto siamo in due
Siamo in due
Anche se poi te ne vai
Non ti scordare di me
Di me
Di Noi
Di Noi
Anche se poi te ne vai
Non ti scordare di me
Di me
Di Noi

Significato di “Labirinto” – Luchè

C’è, in queste parole, una confessione senza retorica e senza eroismi. Non è il canto dell’innamorato felice, ma quello dell’uomo che prende atto di una fine. E lo fa con quella sobrietà un po’ amara che distingue chi ha già combattuto con sé stesso prima ancora che con l’altro. Il protagonista non si presenta come vittima né come carnefice: si presenta come responsabile. E questo, oggi, è già un atto controcorrente.

“Non so come ci si lega ma so bene quanto vale un contratto”: l’incipit è quasi notarile, eppure rivela una verità sentimentale. L’uomo moderno sa stipulare accordi, sa negoziare, sa definire termini e condizioni. Ma quando si tratta di legami, vacilla. Il contratto è razionale, l’amore no. E qui sta il dramma: si è competenti nel calcolo, inesperti nell’affetto.

Il rimorso e l’odio, poi, vengono descritti non con enfasi, ma come forze che sommergono silenziosamente. “Potevamo rimanere in contatto”: frase dimessa, quasi burocratica, che nasconde una frattura profonda. Non c’è sceneggiata, non c’è tragedia plateale. C’è l’assenza. E l’assenza, nella vita reale, pesa più di mille addii teatrali. Si diventa “polvere sui mobili dentro una casa vuota”: immagine domestica, concreta, quasi borghese, che dice più di ogni metafora romantica. L’amore finito non è un incendio: è una stanza che nessuno abita più.

L’orgoglio, definito “un brutto vizio”, assume qui il ruolo di protagonista occulto. Non è il tradimento, non è la passione, ma l’orgoglio infantile che distrugge i rapporti. L’autore si definisce “il bambino che ci gioca”, e in questa ammissione c’è un tratto di onestà rara: l’adulto che riconosce la propria immaturità emotiva. Non si erge a esempio, non si assolve. Si osserva.

Interessante anche il ritratto esistenziale: “Mai stato troppo in alto mai caduto nella droga”. È la biografia di una normalità inquieta, lontana dagli eccessi ma non per questo pacificata. La notte, nera come asfalto, diventa il tempo dell’attesa. L’alba non è una promessa poetica, ma una semplice necessità: un po’ di luce per continuare. Qui non c’è lirismo decorativo, ma realismo emotivo.

Il cuore del testo si trova nell’incapacità di immaginare l’altro. Non è la lontananza fisica che ferisce, ma quella mentale. “Non riesco più ad immaginarti”: frase secca, quasi chirurgica. Quando l’immaginazione si spegne, l’amore è già in archivio, anche se il sentimento resiste per inerzia. E la voce che manca, incapace persino di gridare, indica una resa più che una ribellione.

Poi arriva una delle espressioni più lucide: “Sei bella come una bugia detta per non piangere”. Qui l’amore non è idealizzato, ma smascherato. La bellezza diventa difesa, costruzione, consolazione. Non verità, ma necessità emotiva. È una visione adulta: l’altro non è perfetto, è funzionale al nostro bisogno di non crollare.

Il “labirinto” in cui “siamo in due” è un’immagine quasi classica, ma trattata senza mitologia. Non c’è un mostro da combattere, né un filo d’Arianna. C’è la corresponsabilità. Due persone che si perdono insieme, senza un colpevole unico. E quando dice che “quello che so di te nasconde un po’ di me”, l’autore introduce un concetto quasi psicologico: nell’altro riconosciamo parti di noi stessi. L’amore, in fondo, è uno specchio imperfetto.

La seconda parte del testo si fa più riflessiva. “Competiamo con noi stessi”: frase che suona come un manifesto generazionale. Non è più il confronto con il mondo, ma con la propria identità. Il successo, i concerti, le crisi, l’inverno vissuto con fatica: tutto concorre a delineare una figura che non si glorifica, ma si misura. E più sale, più rischia di non vedere i propri difetti. Un’osservazione che ha il tono di un’autocritica più che di una confessione.

Infine, la chiusura: “Le chiavi dell’uscita le ho messe nelle mani tue”. Non è un gesto romantico, è un gesto di resa consapevole. L’altro è libero di andarsene, ma la relazione resta, almeno nella memoria condivisa: “Di me, di noi”. Qui il plurale diventa più importante del singolare. Non si difende l’ego, si difende la storia.

In sintesi, il testo racconta la fine di un rapporto senza sentimentalismi di maniera. È una cronaca emotiva, asciutta, quasi civile, della separazione. Non c’è odio gridato, ma consapevolezza. Non c’è disperazione teatrale, ma malinconia disciplinata. E soprattutto c’è un’idea moderna dell’amore: fragile, imperfetto, speculare. Un amore che non salva, non condanna, ma rivela. E, come spesso accade nelle storie vere, lascia dietro di sé non un dramma, bensì un silenzio abitato dai ricordi.