Indice dei contenuti
Le tensioni interne e il momento in cui tutto cambiò
Roger Waters ripercorre con franchezza il periodo in cui la relazione creativa all’interno dei Pink Floyd cominciò a deteriorarsi. Secondo lui, il punto di svolta arrivò immediatamente dopo il successo di Dark Side of the Moon: da quel momento nacquero discussioni accese su quasi ogni cosa e il gruppo, dice Waters, si “aggrappò più per paura che per speranza”. Nonostante le tensioni, Waters riconosce che il lavoro prodotto insieme in quegli anni rimane straordinario.
Waters sottolinea anche che, contrariamente a quanto potrebbe sembrare, i membri della band non vivevano affiancati fuori dall’orario di lavoro; le relazioni personali erano limitate e diventava sempre più evidente quanto avessero pochi interessi in comune, pur riuscendo a creare musica di grande impatto.
Il ruolo di Waters: autorità creativa o controllo eccessivo?
Nel corso dell’intervista affiora il tema dell’autorità creativa: Waters ammette di essere stato talvolta “dominante”, ma precisa che questo nasceva dalla necessità di avere idee e guidare il processo creativo. “O hai idee o non le hai”, osserva — e se qualcuno non ne aveva, non ci si poteva aspettare che Waters restasse in disparte.
D’altra parte, la sensazione di alcuni compagni di band era che Waters fosse troppo controllante. David Gilmour, riferisce l’intervistatore, provava in certe sessioni una tale pressione da sentirsi demotivato a presentarsi: “Sei così dominatore. Io non vado, punto. Non vado oltre”. Waters riconosce questa percezione: “Sì, sì e no” — cioè, può essere stato autoritario, ma lo spiega come conseguenza della dinamica creativa.
Il conflitto su brani e produzione: il caso di “Comfortably Numb” e le controversie sui ricordi
La questione della paternità creativa di alcuni brani, tra cui l’aneddoto su Comfortably Numb, ha alimentato dissidi. Waters respinge alcune ricostruzioni riportate da altri: contesta ad esempio le dichiarazioni di Bob Ezrin su come David avrebbe registrato “in una sola take”; secondo Waters, Ezrin non era presente, mentre James Guthrie era in studio e fu lui ad assemblare le migliori parti di numerosi take. Waters usa parole forti sul comportamento mediatico di Ezrin, accusandolo di aver raccontato una versione non corrispondente alla realtà.
Queste divergenze si inseriscono in un quadro più ampio di memorie divergenti: Waters nota che ognuno ha ricordi diversi di quegli anni e che la memoria umana tende a costruire narrazioni che favoriscono l’ego del singolo.
La decisione di andarsene e lo stato dei Pink Floyd
Waters afferma chiaramente che per lui la separazione dalla band era inevitabile: dopo vent’anni di lavoro insieme, le differenze musicali, filosofiche e anche politiche lo portarono a voler uscire da sotto quell’ombrello. “Era ora di uscire”, dice, senza rimpianti di tipo emotivo immediato: non si sentì “scioccato” dalla fine, piuttosto convinto della necessità di prenderne le distanze.
Quanto al futuro dei Pink Floyd, Waters è pessimista: la band, per lui, è finita. Ritiene moralmente discutibile che altri membri possano spacciarsi per lo stesso gruppo originario: usa l’esempio ipotetico dei Beatles, se Ringo e George si ricostituissero da soli chiamandosi Beatles, sarebbe un’operazione di sfruttamento dell’aspettativa del pubblico.
La disputa sul nome e i rapporti con David Gilmour
La questione del nome “Pink Floyd” è centrale nelle parole di Waters. Lui considera sbagliato che un singolo, o una parte della formazione, continui a esibirsi o a presentarsi come se fosse l’intero gruppo originale. Pur riconoscendo che Nick Mason mantiene ancora diritti sulla proprietà, Waters sostiene che l’uso del nome per attività successive da parte di altri membri non rispecchia l’identità collettiva della band ormai defunta.
Sulla rottura con David Gilmour emergono parole dure ma miste a orgoglio per quanto creato insieme: Waters afferma di guardare indietro con grande orgoglio per il lavoro realizzato e con rammarico per come le cose sono finite. Ribadisce che la separazione non si risolse in un processo vero e proprio, anche se entrambe le parti si avvalsero di pareri legali; la verità dei fatti, per Waters, è meno drammatica di alcune ricostruzioni mediatiche.
Riflessioni finali: orgoglio, rimpianto e verità soggettive
In chiusura, Waters non cerca di assegnare esclusivamente meriti o colpe: riconosce il proprio ruolo dominante e difende la necessità di aver guidato certe scelte creative. Ammira il risultato collettivo raggiunto con album come Dark Side of the Moon, The Wall e Animals, e resta sorpreso e fiero del fatto che, nonostante le differenze personali, siano riusciti a creare opere così importanti.
“Ci siamo aggrappati più per paura che per speranza.”
Questa frase riassume il tono dell’intervista: un bilancio sincero e a volte aspro su una delle fratture più note del rock, raccontato dall’uomo che l’ha vissuta in prima persona.



